L’Ascensione mai scorderemo, te lo giuro Maria

Storie intorno al Monte Ascensione

“Die è fatt lu munn e l’asculà s l’è capate”

– detto ascolano

Con questo detto si apriva la 17esima edizione del Festival della Canzone Ascolana tenutasi nel teatro Ventidio Basso il 27 aprile scorso. È stato poi ripetuto anche al termine di un intervento volto ad enfatizzare delle bizzarrie del territorio. In esso si faceva riferimento al Monte Ascensione dicendo che, nel caso una nuvola avesse coperto la sua cima, bisognava uscire con l’ombrello perché da lì a poco sarebbe piovuto. Ed effettivamente è “vero”: quando piove, l’Ascensione – così viene chiamata dagli ascolani – è sempre coperta. Non è raro infatti che il popolo ascolano utilizzi questa montagna come cartina al tornasole per le imminenti condizioni meteo; è come se possedesse delle naturali capacità predittive. Ciò non ha fatto altro che far emergere un ulteriore detto molto importante per Ascoli “Quanne l’Ascenziò mette la cappella, l’Asculà pigghia l’ambrella” . Ma non è la versione ufficiale, o meglio, non è l’unica a circolare per le vie cittadine. Questa appena citata è la versione in dialetto stretto ma quella con la quale sono cresciuto, e che molti conoscono, è raccontata in italiano e dice “L’ascensione col cappello, l’ascolano con l’ombrello”. Discutendo con gli anziani a me più vicini sulla varietà delle espressioni che gravitavano sullo stesso tema, sono venuto a conoscenza di una versione ancora più antica che denota i tempi andati in cui l’occupazione principale era la coltivazione “Quanne l’Ascenziò mette la cappella, posa la fagge e cchiappa l’ambrella” .

monte ascensione visto da monsampolo del tronto
Panoramica sul monte Ascensione

Andiamo a scoprire ora cos’è l’Ascensione e perché è così importante per gli ascolani.

Il Monte Ascensione è un piccolo rilievo che, con i suoi 1100 metri, riesce a malapena a fregiarsi della denominazione montagna. Assieme a Colle San Marco, forma una valle sulla quale sorge la città di Ascoli. Il suo aspetto viene definito tormentato data la presenza di numerose vette e dalla conformazione geologica del terreno.

Il monte presenta versanti dissimili, a causa della diversità strutturale del substrato. Le pendici a sud sono strapiombanti e assai tormentate; un vasto settore appare stravolto dalle profonde incisioni erosive dei calanchi. A nord-ovest la montagna, meno acclive, degrada dolcemente e il suolo più profondo permette la formazione di densi boschi.

Narciso Galiè & Gabriele Vecchioni, Il monte dell’Ascensione, p. 15, Ascoli Piceno, SER edizioni, 1999
monte ascensione visto da Ascoli Piceno
Monte Ascensione

Nello stesso testo, ci viene presentata anche la sua rilevanza storica in numerose battaglie ed invasioni fin dai popoli italici. Una prima testimonianza si ha infatti con il popolo umbro che, prima di essere assorbito da una compagine pelasga risiedente nella vallata, utilizzava il monte come rifugio e santuario. Si passa poi alle numerose le lotte che il successivo popolo piceno ha combattuto contro i romani; grazie all’Ascensione, sono riusciti a dimostrare una grande forza e resistenza militare fino all’assoggettamento avvenuto nel 484 a C. L’invasione longobarda nell’Italia centrale ha invece fatto sì che il popolo ascolano sopravvissuto alle sue scorrerie, si rifugiasse sulle pendici del monte. Se consideriamo adesso la storia più recente, sono venuto a sapere che l’Ascensione è stata utilizzata come base per la resistenza al regime napoleonico con numerosi atti di guerriglia e come base per la resistenza partigiana (assieme a Colle San Marco) durante la Seconda guerra mondiale.

Risulta quindi naturale che per un ascolano, l’Ascensione sia molto importante e che gli attribuisca una funzione protettiva: il solo guardarla è in grado di rassicurare l’animo. “È un monte al quale gli ascolani sono assai legati, tanto da trattarlo con familiarità e da cambiargli il nome più volte nel corso del tempo.” Non si può negare infatti che il monte Ascensione abbia avuto altri due nomi inutilizzati ormai da secoli: Monte Nero e Monte Polesio. Monte Nero è il nome più antico, diversi storici lo fanno derivare dalla particolare vegetazione – faggi e querce – che copriva i suoi versanti facendolo apparire più scuro rispetto agli altri rilievi della zona. Ma un’altra etimologia, altrettanto affermata, vuole che la parola nero derivi dal greco nerèin, acqua, poiché è dalle sue falde che si generano numerosi torrenti che confluiscono nel Tronto, fiume di Ascoli. L’altro suo nome, Monte Polesio, deve la sua nascita ad alcune leggende locali. La prima richiama alla memoria il popolo umbro e dice che abbia dedicato la montagna alla divinità Esu, da qui Pol Esu: monte di Esu. Ho potuto conoscere la seconda leggenda grazie ad una mia ricognizione nel piccolo paesino di Polesio, omonimo del monte, costruito su una sua rupe. Questa leggenda parla di una santa, di nome Polisia vissuta nel IV secolo. Di origine romana, voleva convertirsi al Cristianesimo e per farlo decise di farsi battezzare dal vescovo Emidio . Per sfuggire alle successive persecuzioni da parte del padre e dei suoi uomini, contrari alla conversione, si rifugiò tra le cime della montagna la quale, per salvarla dal padre, la inghiottì in una voragine nascondendola. Ma la versione più accreditata sulla nascita dell’oronimo Polesio è in realtà l’incastellamento e la creazione del piccolo borgo avvenuta nel IX secolo ad opera del console carolingio Cinthio Polisio; in alcuni documenti del XII secolo troviamo il riferimento alla montagna come Montis Polesii, Monte di Polesio.

La storia descritta fino ad ora dell’Ascensione non è molto diversa da quella di altre mille montagne italiane; ciò che la rende speciale può essere compreso solo guardando il suo profilo da lontano. Passeggiando per il ponte d’ingresso della città e in altri punti panoramici, è possibile osservare uno strano fenomeno non appena si volge lo sguardo verso la montagna. È una magia che incanta gran parte degli ascolani e che li fa fermare a contemplare la meraviglia di ciò che stanno vedendo: l’Ascensione, con le sue numerose vette, disegna un volto umano. Questa apofenia collettiva ci fa subito chiedere: “di chi è quel volto?” e, nonostante le varie interpretazioni, scopriamo l’esistenza di tre tipi di risposte che si tramandano simultaneamente tra gli abitanti. La prima vede il volto della bella addormentata, la seconda di un gigante buono e la terza giura che quello sia il volto di Cecco d’Ascoli. Non sembra esserci quindi una tradizione unitaria verso l’identità del volto della montagna ma è possibile risalire alle motivazioni dietro queste risposte se ci spostiamo nella vicina regione Abruzzo. La visione della bella addormentata può essere riconducibile ad uno stesso fenomeno che coglie chi osserva il monte Majella : anch’esso pare abbia un profilo di donna e il suo oronimo è un chiaro riferimento alla divinità Maia. Il gigante dormiente invece pare avere dei collegamenti con il Gran Sasso chiamato anche gigante buono; sulla sua cima è possibile individuare un intero corpo umano sdraiato e intento a riposare.

cecco d ascoli profilo monte ascensione
Cecco d Ascoli – Statua

Ma la visione più famosa, familiare e forse “nostrana” è invece quella che vede nel monte Ascensione il profilo di Francesco Stabili, detto Cecco d’Ascoli. Poeta, medico, insegnante, filosofo e astrologo, è stato condannato al rogo per eresia nel 1327. Nessuno si è mai chiesto se la montagna abbia assunto il suo volto o se sia stato lui ad imprimerlo su di essa: non c’è leggenda orale o scritta al riguardo.

Riflettendo sulla connessione magica e sovraumana che l’apofenia trasmette in chi guarda l’Ascensione, mi sono chiesto se non sia stata proprio questa ad aver fatto sì che la montagna ascolana venisse da sempre considerata sacra. Ero convinto che anche i popoli italici vedessero in essa una manifestazione reale e concreta del divino. Dialogando con l’archeologo Gianluca Trionfi, esperto del popolo dei Piceni, ho dovuto ricredermi e frenare il mio entusiasmo. Mi ha subito detto infatti che qualsiasi popolo italico considerava le montagne sacre, vista la loro vicinanza agli dei; come apprendiamo dal professor Ugo Fabietti “tutte le religioni aspirano ad una qualche forma di ricongiunzione dell’umano con il divino.” Inoltre, riferendosi alla nostra montagna, l’archeologo aggiunge che “sarebbe il caso di fare un’indagine geologica per capire se il profilo montano sia rimasto inalterato” . Il territorio ascolano presenta, come abbiamo già detto, numerosi calanchi e la composizione dei rilievi della zona è prevalentemente sabbiosa; l’erosione è quindi un fenomeno importante e frequente che potrebbe aver alterato la forma delle vette e della montagna stessa, portando solo noi a vedere ciò che vediamo. “Ciò che è certo, è che i documenti attestano la presenza di questo volto dal 1200.”

Profilo monte ascensione

Ma ancora non abbiamo risposto alla domanda iniziale: perché si chiama Ascensione?
Per farlo dobbiamo tornare nel 1334 e chiamare in causa Domenico Savi, detto Meco del Sacco. Era un monaco, fondatore del movimento dei Sacconi, che in pieno periodo della renovatio religiosa è in cerca di un modo per far avvicinare le persone alla vita cristiana; ciò lo porta alla decisione di inventare il rito e la festa dell’ascensione. Fa quindi costruire in cima al Monte Polesio, un monastero dedicato a Gesù e alla Madonna. La festa e il rito che ne seguirono, ebbero subito un grandissimo successo e la montagna cambiò nome quasi all’istante: Monte dell’Ascensione.

Era però mia intenzione conoscere ogni segreto di questa festa che sapevo essere così importante per il popolo ascolano alla quale, purtroppo, non avevo mai preso parte. Ho chiesto subito alla mia famiglia se sapessero qualcosa ma non hanno saputo darmi delle risposte concrete. Mi hanno quindi rimandato subito ai miei nonni paterni “io ci sono stato 50 anni fa, mi hanno accompagnano nonno e nonna, con gli zii, ma non è che ci fosse qualcosa, c’erano le bancarelle come sarebbe adesso colle San Marco”. Parlando quindi con loro, sono venuto a sapere che si partiva da Polesio con la Madonna in processione e si saliva fino in cima, lì poi si festeggiava e si mangiava con il cibo che ci si portava da casa. Era una festa a cui accorrevano tutti gli ascolani ed era talmente sentita e vissuta che è stato composto anche uno stornello intitolato “L’Ascenziò” che racconta di una coppia nel momento della salita in cima alla vetta e del clima di festa che li circonda. Questo è il ricordo della festa dell’ascensione che hanno vissuto i miei nonni. Decisi quindi di recarmi a Polesio e di chiedere qualche informazione in più ai suoi abitanti.

La mia ingenuità ha fatto sì che mi dimenticassi degli eventi sismici che hanno colpito la zona nel 2016 e sono quindi giunto in una Polesio disabitata e inagibile. Camminando per le piccole strade, attento ai detriti, mi sono imbattuto fortunatamente in due formelle molto suggestive. La prima, sul fianco di una casa relativamente recente, era in terracotta e riportava la leggenda di Polisia scritta a mano da un bambino del posto. La seconda invece era sul fianco della chiesa e mi ha subito incuriosito; era un bassorilievo in pietra diviso in tre sezioni, e raffigurava una croce, un crocifisso e un simbolo fallico. Non avevo dubbi sulla sua originalità, così ho approfondito la questione. Sapevo già che molte feste popolari dedicate ai santi e alla Madonna fossero il risultato di un adattamento a culti pagani preesistenti e questa formella mi ha fornito una prova ulteriore. “Il simbolo fallico […] altro non è che l’albero della vita, portato a primavera sulla montagna per simboleggiare la fecondazione della madre terra”. Vecchie intuizioni, nuove prove e il dialogo con le fonti hanno reso tutto il quadro più chiaro; anche il periodo della festa, fine maggio inizio giugno, era compatibile con le feste propiziatorie per la fertilità fatte in onore di Venere, Artemide o Atena. Queste “sono divinità femminili che si intrecciano: riguardano la caccia, la fertilità, la verginità, la rinascita”. Il portare in processione una loro statua o un albero aveva la stessa valenza, l’importanza era riservata all’atto di condurre il simulacro dal basso verso l’alto: dalla morte alla vita e a tutte le metafore che questo dualismo comporta. Quindi “superare la prima e porre rimedio alla seconda diventa una teleologia immanente a tutte le culture nel loro continuo esercizio dei valori” e la festa dell’Ascensione ne è un esempio.

Statua Madonna dell Ascensione – Polesio

“Perché la madonna piuttosto che un altro santo?” cos’è che spinge ad innestare una determinata figura anziché un’altra in un rito. La risposta fornitami dall’archeologo è stata “A chi è più legato il popolo? Alla madonna. Il culto della Madonna è un culto materno e più vicino al popolo. Ecco perché le divinità sono accostate a lei”. La potenza di questa fede nella Madonna si è rivelata dirompente anche nelle parole di Alberto, anziano 84enne di Polesio che sono riuscito ad intervistare in una piccola chiesetta vicino Venagrande. Dopo pochi minuti, passati a parlare della Madonna dell’Ascensione ha subito spostato il discorso verso Lourdes “La Madonna mi ha fatto una grazia…sono uscito tutto asciutto. Da quel giorno non è più uscita una bestemmia dalla mia bocca”
Ma cosa si faceva durante la festa dell’Ascensione?
“-: Quello che c’era quando ero ragazzo…
-: Come funzionava?
-: Quando avevo sei, sette anni, che già ricordavo, (c’era molta) gente! Mi svegliavo, abitavo qui, per vedere le persone che arrivavano. Salivano con lo zaino, l’ombrello, il mangiare. Sembravano un branco e cantavano. La strada era questa, quella dall’altra parte, in tutte le strade c’erano persone. E poi le persone passavano qui e in altre scorciatoie. Su in cima c’è un prato e una salita dove sale la (statua della) Madonna ma è ancora più ripida. Qui è più morbida ma in cima è molto ripida. Questo. Quando poi arrivavano le persone, si andava in ginocchio nella chiesa.
-: In ginocchio?
-: In ginocchio, dalla salita alla chiesa
-: Poi dopo si stava lì, si mangiava, si faceva festa?
-: Sì, si restava lì perché c’erano le bancarelle. Non c’erano i furgoncini che vendevano le cose. Anche io facevo una piccola bancarella e portavo le cose con gli animali. Poi si restava a dormire sul prato, non potevi lasciare le cose lì, era una piccola baracca di legno dove c’era la birra, il vino, l’acqua. E restavamo su la notte. Due notti perché la madonna saliva il giorno prima e scendeva il giorno dopo.
-: E poi lì c’era la messa
-: E poi dopo la messa, gli spari e tutte le persone”

Festa della Madonna sul monte Ascensione

La festa di allora, oggi è mutata completamente. Se prima le numerosissime persone partivano a piedi da tutte le località presenti alle falde del monte, adesso partono in poche e con le macchine. Anche la madonna, che prima veniva portata in cima alla montagna dai fedeli più robusti, ora viene affidata ad un automezzo. Oltre che una festa religiosa innestata su riti propiziatori, era anche un’occasione per evadere dalla vita di tutti i giorni e per stare in condivisione con la comunità. Non stupisce quindi che in un’epoca automatica e individualista, questa tradizione sia andata scemando.

L’opera “Monti dell’Ascensione”, 1997 ” Tullio Pericoli dal sito ufficiale dell’artista.

Chiedendo ad Alberto dove fosse la statua della Madonna, con un po’ di ardore si è sfogato lamentando che fosse rimasta nella chiesa terremotata di Polesio, che veniva portata nella chiesetta dove l’ho conosciuto solo per la settimana della festa, e poi veniva ritrasferita a Polesio. “La madonna è rimasta in paese che è terremotato ma la messa è da un’altra parte. Perché non può essere portata qui? Chi conta di più: voi, o la madonna? Questa chiesetta poteva essere un santuario.” Continuando a sentire le sue lamentele legate ai sacerdoti locali, decido di salutarlo ma non prima di togliermi due curiosità. Volevo sapere se conosceva il volto dell’Ascensione e come mai all’ingresso del monte c’era un cartello di Proprietà Privata nonostante sia consentito il transito. Alla prima domanda rispose che era il profilo della montagna vista dall’altra parte. Ho rispiegato più volte la domanda, quasi suggerendogli la risposta ma continuava a non capire. Il volto dell’Ascensione, come ho già detto, può essere visto solo da lontano e lui, che ha sempre vissuto a stretto contatto con la montagna, non lo ha mai conosciuto.

Il discorso della proprietà privata attinge invece ad una lunga strategia di compravendita adottata più di mezzo secolo fa. In quel periodo era possibile acquistare porzioni di terreno, anche Alberto avrebbe potuto prenderne un tratto ma non ha voluto concludere l’affare. Era l’epoca del boom economico italiano e chi aveva acquistato, dei signori di Rotella e di Porchiano, aveva poi venduto i terreni per far installare dei ripetitori telefonici e televisivi, ai quali è affidata la nostra capacità di telecomunicazione.

Prendendo in prestito le parole dell’antropologo De Martino “quando la storia conquista il suo valore autonomo, allora non soltanto il Cristianesimo, ma la stessa vita religiosa entra in agonia” ; di tutto quello che l’Ascensione è stata per Ascoli, rifugio, madre e fede, adesso altro non è che un grande ripetitore e una riserva di legname per i boscaioli.

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